Quello che è successo.


Stamattina è arrivata una mail di saluto da Oriana Persico che è il lato femminile della coppia di artisti – il suo doppio e Salvatore Iaconesi – che hanno organizzato tutto. Poi mi è anche arrivato il feed-back del mio altro. che mi ha fatto mooolto piacere.
Devo dire che ha spiegato molto bene quello che è successo venerdì 5 novembre e nei giorni precedenti.
Io come al solito all’inizio scettica e molto pragmatica, mi sono lasciata prendere dall’entusiasmo delle persone che ho visto agire di fronte a me. Un entusiasmo contagioso e sorridente. Ho visto finalmente quello che prima mi ero limitata a guardare senza capire del tutto quello che stava succedendo.
Ebbene che cosa è successo? È successo che quello che faccio da vent’anni, scrivere di me e far scrivere di sé è qualcosa che può esser completamente diverso dallo scrivere una autobiografia o può essere qualcosa di completamente nuovo nella scrittura autobiografica.
Allora? Le mie antenne informatiche si sono drizzate, il mio cuore si è aperto allo stupore, mi sono sentita come una neofita – del resto so bene di esserlo – che stava scoprendo l’acqua calda!Ma come? Era tutta lì l’innovazione? Bastava aprire un rubinetto -quello giusto – e tutto sgorgava naturalmente, fluiva, arrivava a scaldare idee stantie e parruccose lavandole di tutti i pregiudizi e le sovrastrutture. Lo sapevo, già lo sapevo, ma come ho detto prima non lo vedevo, quando qualcuno mi diceva di conoscermi malgrado non l’avessi mai incontrato… che erano i dati, quei maledetti dati che facevano la spia su di me, dicevano chi ero prima ancora che io mi presentassi.Non si può mentire ai dati, alle minuzzole di pane che come Pollicino spargiamo sui sentieri che percorriamo, loro indicano la via per trovarci, per dire al mondo che esistiamo. inutile nascondersi. Tanto tutti possono trovarci!Fa un po’ paura questa cosa… è vero, ma ormai è inevitabile, a meno che tu non vada a vivere su un’isola deserta, sconosciuta lontana dai radar e dalla tecnologia. Ma anche lì possono trovarti,  perché i satelliti orbitano sopra le nostre teste e prima o poi si accorgono che quella isola non è più deserta ma ci abiti tu!È così siamo tutti connessi, e bisognerà farci l’abitudine, preservando quel po’ di privacy che ci è concessa, io stessa in questo momento mentre sto scrivendo il mio blog, sono rintracciabile, divento un dato appena faccio clic sul tasto “Pubblica”. Una settimana fa due persone che conosco hanno salvato la vita a una persona che – caduta in casa – non riusciva a comunicare con nessuno. Lo hanno potuto fare sia perché generose e attente, ma anche perché la persona in questione non rispondeva al telefono. La cosa le ha allarmate. Dieci anni fa quella persona sarebbe morta di sicuro e trovata dopo molti giorni. Vogliamo dire che il telefonino lo ha salvato? Diciamolo!Ancora proprio qualche tempo fa commentavo un articolo che diceva che se gli anziani non vogliono soccombere devono avere una rete amicale o parentale di almeno 5 persone che si preoccupano per loro.Ma devono anche avere un telefonino perché altrimenti nemmeno le reti amicali e parentali funzionerebbero.Ma torniamo a venerdì 5 novembre quando finito di leggere i dati prodotti la settimana prima e riascoltare i suoni che i dati hanno prodotto, mi sono guardata intorno per far esaudire la promessa: farmi conoscere chi mai fosse colui -sicuramente un colui- che aveva riempito la parte destra dello schermo con le sue parole. Ho detto… un colui, uno che amava passeggiare col cane sulla riva del fiume, che aveva nipoti, che insegnava, che nuotava e che si era fermato sul ciglio delle strada una sera per incontrarmi virtualmente. Che si rammaricava se io non scrivevo, se mi negavo, o se fornivo pochi appigli alla fantasia.L’ho trovato, dopo un po’ perché i dati hanno fatto un po’ di confusione e sono dovuta ricorrere alle domande analogiche per individuarlo. Un signore di una certa età, con una camicia bianca come i suoi capelli, barba e baffi, occhiali cerchiati d’oro e una mascherina nera a coprire la bocca.Credo che ci siamo guardati con stupore, anche se avevo intuito che il mio altro non sarebbe stato un ragazzino. Ho trovato una persona colta e curiosa, che mi ha fatto tantissime domande, per riempire i buchi che i dati avevano lasciato aperti. Io all’inizio non ho fatto domande, sono fatta così, aspetto, che l’altro si sveli, la lunga frequentazione dei laboratori autobiografici me lo ha insegnato: ascoltare, ascoltare e ascoltare, poi piano piano capire dagli atteggiamenti, dalle parole dette e non dette. Per questo ho detto che Marco è una persona curiosa, colta e deve anche essere una persona equilibrata e presente nella sua vita, ha un cane e chi ha un cane sa ascoltare a sua volta.Poi c’è stato un frenetico andare per vedere quella che avevo chiamato “la cosa”, perché non avevo idea di cosa fosse stato prodotto da tutte le nostre parole trasformate in suoni e colori.Ho visto una cosa simile alla Torah, un rotolo avvolto su due supporti di legno che si spiegava su un semplice tavolo di legno. All’inizio ho pensato che fosse più lungo di quello visibile, tanti erano stati i dati prodotti che mi pareva impossibile che fossero tutti contenuti in quel metro e mezzo di tessuto.Quando mi sono avvicinata ho capito la sinuosità delle curve del piacere e i picchi degli spazi occupati, piccoli quadretti -noi- disciplinatamente allineati ora per ora. Il fascino di un riassunto, la potenza di una sintesi, io che amo esprimermi con poche parole.E poi? Poi basta, non c’era altro da dire, solo accompagnarsi analogicamente al tavolino di un bar per un bicchiere di vino. Perdere una penna prestata a chissà chi per segnare indirizzi e recapiti e poi allontanarmi. Non c’era altro da dire o da fare, solo a questo punto, sì, meditare, pensare, riflettere su quello che avevo vissuto. Credo di averlo detto, io non sono una che medita, ma sono una che pensa e in ritardo, spesso sempre in ritardo, riflette e poi risponde.


Commenta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: