Pollicino


Camminava sul ciglio della strada, una strada di campagna che non aveva mai percorso nelle numerose visite a casa della sorella. Ogni volta cercava un sentiero diverso, le piaceva camminare nel verde e ogni volta che saliva la montagna dove abitava la sua sorellina si sentiva sempre più vicina alla natura.
Amava la casa dipinta di giallo che spiccava tra il verde degli alberi, amava le piccole finestre ricolme di fiori che si affacciavano sulla strada, il piazzale dove due poltrone bianche reclinabili invitavano alla meditazione e al riposo.
Amava il balconcino dove gerani colorati facevano allegria e la casetta degli uccelli piantata in mezzo a una aiuola di ortensie.
Era sempre tutto bello in estate ma anche l’inverno le piaceva, quando la neve ammorbidiva il paesaggio e la casetta dal tetto spiovente diventava simile a una capanna da presepe.
Era contenta quando sua sorella la chiamava per stare qualche tempo da lei specialmente quando doveva assentarsi e non si fidava a lasciare la casa disabitata. Allora lei andava a fare la guardiana del faro, un faro montano isolato sulla cresta fra i boschi.
Anche ora abitava da sola la casetta gialla, sua sorella era andata al mare per una meritata vacanza e lei era per 15 giorni la padrona incontrastata di quella meraviglia.
Ogni volta che saliva ne approfittava per studiare e mettersi avanti negli esami universitari. Il silenzio e la pace che regnavano in quel piccolo paradiso erano il luogo ideale per concentrarsi nello studio ed alleviare la solitudine che sentiva in città. Lassù anche da sola non sentiva quel morso allo stomaco che la faceva sentire abbandonata da tutti, sola tra la folla.
Oggi aveva deciso di uscire e incamminarsi su un sentiero che piegava un po’ a destra e dopo un po’ si nascondeva dentro un piccolo boschetto di larici.
Il silenzio era totale, gli unici rumori che si sentivano erano lo scrosciare sommesso dell’acqua di qualche ruscello, lo stormire delle foglie e il cinguettio di qualche imprecisato volatile.
Era una donna di città e non conosceva i rumori del bosco, vi si faceva avvolgere quando capitava, ma non avrebbe saputo distinguere un picchio da un usignolo.
All’improvviso però le arrivò a un orecchio un suono diverso; era un guaito leggero, più che un guaito un lamento che attirò la sua attenzione. Un uggiolio che proveniva da un piccolo fossato di lato al sentiero. Incuriosita si sporse un po’ e vide una busta di plastica azzurra semiaperta, con qualcosa dentro che si muoveva. Un cucciolo! Chi poteva aver fatto una cosa tanto orribile? Aprì di più la busta e inorridì vedendo 4 piccoli cuccioli di cane di una razza imprecisata. Uno solo si muoveva, gli altri tre non davano più segni di vita. Raccolse piano il piccolo superstite e istintivamente lo avvolse nel maglione che portava sempre legato alla vita.
Fece dietro front e quasi correndo ritornò verso casa, non sapeva cosa fare esattamente, ma sentiva che qualcosa doveva fare per quel piccolo esserino il cui cuore sentiva battere tra le sue mani.
Lo mise in una scatola foderata con una vecchia maglia di lana e poi con una siringa provò a dargli un po’ di latte che il piccolo succhiò avidamente. Poi messa la culla improvvisata sul sedile accanto a lei in macchina, corse in paese per trovare un veterinario che potesse aiutarla.
Lo studio fortunatamente era aperto e i pochi clienti nella sala d’aspetto la fecero passare quando raccontò che cosa era successo.
Il medico le confermò che era giunta appena in tempo, il piccolino era debole e disidratato ma si poteva ancora fare qualcosa per salvarlo. Doveva lasciarlo che ci avrebbe pensato lui e la sua assistente. A malincuore si convinse che era la cosa migliore e ritornò mestamente a casa. La notte non riuscì a dormire e la mattina, appena ad un orario decente, tornò in paese per avere notizie del piccolo. Il veterinario la rassicurò e le riferì anche che aveva avvisato le guardie della protezione animali segnalando che c’erano tre cadaverini nel luogo dove aveva trovato il cucciolo.
Il cagnolino sopravvissuto stava bene, si stava riprendendo ma avrebbe avuto bisogno ci cure e assistenza, avrebbe dovuto essere nutrito fino a che non fosse stato in grado di farlo da solo.
Fu allora lei che sentì che quel piccolo cane che aveva salvato da morte certa avrebbe dovuto rimanere con lei e lo disse al dottore. Avrebbe fatto lei da mamma al piccolino e lei per il piccolo sarebbe stata il regalo che lui si meritava, una mamma umana, che lo avrebbe curato e accudito.
Pollicino, lo avrebbe chiamato Pollicino come il bambino della fiaba lasciato nel bosco.
Gli si avvicinò e carezzandolo sulla piccola testa gli disse piano: «Pollicino, ti piace questo nome?» La coda in quel momento cominciò a muoversi e lei capì. Era il segnale che voleva. Pollicino la accettava come mamma e lei non lo avrebbe deluso.

,

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: