Firenze a mezzogiorno


Firenze a mezzogiorno è un forno, in questi giorni di caldo anomalo essere costrette alla mia età ad andare in centro è quasi da suicidio. Ma dovevo andare.

Visita medica, controllo a Santa Maria Nuova, sì proprio quell’ospedale che sta dietro il Duomo e che arrivarci o sfidi la buona sorte cercando di evitare multe e zone vietate, oppure parcheggi dove è lecito, ma lontano, lontano…

Io in genere quando vado a SMN metto la macchina in Sant’Ambrogio al parcheggio del mercato, si trova praticamente sempre posto e ha il vantaggio che è al coperto e non si rischia di avere l’auto arroventata quando si va a riprenderla. Inoltre per soste relativamente brevi è anche abbastanza economico.
Dunque parcheggio e mi avvio verso il centro sono le 10 e 30 ma c’è già molto caldo, molta gente in giro. Il mercato è affollato e rumoroso, sarebbe piacevole girare un po’ fra i banchi, oppure entrare dentro e inebriarsi dei profumi dei banchi dei pizzicagnoli. L’unico angolo che evito sempre è quello delle pescherie. Odio l’odore del pesce, non lo mangio e non l’ho mai mangiato, mi piace invece quello dei formaggi, povero il mio colesterolo alto!

Ma oggi no, ho fretta, la visita ce l’ho alle 11.00 devo affrettarmi. Nel tragitto però non posso fare a meno di guardare qualche vetrina in via Pietrapiana. Il negozio dove ho comperato la collana col gatto nero fa sconti del 50%. Interessante, ma in questo momento sono in regime parsimonioso, quindi guardo, desidero e passo oltre.

Finalmente arrivo in via S. Egidio e mi imbatto in una comitiva di giovani, ragazze e ragazzi, evidentemente stranieri. Sembra che siano al mare. Hanno tutti gli short, canottiere sbracciate e coloratissime, sono rumorosi e allegri. Sorrido e li invidio un po’.

Entro in SMN con un quarto d’ora di anticipo e mi dirigo nella solita zona dove faccio i controlli, non c’è nessuno… panico! Finalmente arriva una infermiera che mi dice che il reparto è stato spostato presso il poliambulatorio. Corro. Accidenti a me che non ho chiesto in portineria. Qui hanno spesso il vizio di spostare i reparti da un punto all’altro… non è la prima volta. Accettazione e sala d’attesa, di fronte a me due signore che chiacchierano fitto, fitto e un ragazzo sulla trentina.

Finalmente arriva il mio turno, ai controlli non è mai lo stesso medico che mi visita, c’è un’equipe che controlla sulla cartella medica e fa quello che deve fare. Ma quello di oggi deve essere appena laureato, mi chiedo se sia specializzato… evidentemente sì, altrimenti non sarebbe lasciato solo a fare visite. In più è balbuziente. Non ho nulla contro chi balbetta, ma io ci sento poco, e dietro la mascherina è più un indovinare quello che dice che capire quello che mi chiede. Fa onestamente il suo lavoro e questo mi basta. Anche se con la sonda più che andare a guardare, mi fa il solletico. Tutto a posto, prossimo controllo fra tre mesi e abbiamo finito.

Ora non mi resta che fare il tragitto inverso fino alla macchina, ma si è fatto quasi mezzogiorno e il caldo ha fatto un altro gradino in su. Cammino sul marciapiede all’ombra, quella poca ombra che il sole a picco lascia a noi poveri mortali. Comincia a venirmi il fiatone, i piedi nelle scarpe mi bollono, devo stare attenta a dove li metto. Da quando sono caduta ho paura dei gradini, delle buche, penso che sono proprio un “crostino”. Vorrei fermarmi a comperare qualcosa da bere, ma stamattina ho un altro appuntamento e devo affrettarmi. «Signora, visto che è a Firenze vediamoci quando ha fatto, così si risparmia un viaggio». si mi risparmio un viaggio ma questo viaggio diventa un tormento.

Se Dio vuole arrivo alla macchina, breve tragitto verso Piazza della Libertà, ricerca del parcheggio, questa volta al sole, e mi dirigo dove devo andare. Arrivo in un bagno di sudore, meno male che c’è l’aria condizionata e mi porgono un bel bicchiere d’acqua, calda, ma non si può avere tutto dalla vita. Faccio quello che devo fare, prendo i documenti che devo prendere e poi alla macchina con la prospettiva di casa mia all’orizzonte. Aria condizionata a manetta, alla faccia del buco nell’ozono, e finalmente sono a casa.
Mi sento come una balena spiaggiata, senza fiato e senza forze, a malapena mangio qualcosa, il vizio resta, e mi fiondo in poltrona.

Penso che Firenze mi ha distrutta, che non prenderò più appuntamenti a mezzogiorno e che “accidenti a me” quando non mi sono portata l’acqua. C’è sempre da imparare, peccato che io non imparo mai.


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