Casa mia


26 luglio 1944

Repaci nel suo romanzo “L’ultimo cireneo” paragona la sua mente a un teatro di marionette, nel quale vi ballano ininterrottamente. Anche a me succede così, e credo che così succeda alla massima parte degli uomini. Quei piccoli fantasmi irrequieti, che sono addirittura un esercito, si associano facilmente, scompaiono, riappaiono. Quando mi adagio sul letto a riposare, è il momento in cui il ballo diventa più indiavolato. Prima di chiudere gli occhi il mio sguardo si posa su uno qualsiasi dei piccoli oggetti che arredano la stanza, lo guardo, lo valuto, ne cerco l’origine, ne ammiro il colore, ma neanche a farlo apposta, subito un altro pensiero si mischia a quello, fatalmente

C’ì con quattro puntine, affissa alla parete, una figura di donna, una delle così dette “Pin-up Girl” che si trovano in ogni rivista: Dusty Anderson. Sorride con un sorriso stereotipato e seduta sull’orlo di una vasca, con un piede gioca nell’acqua. La guardo spesso, cioè, quando girando l’occhio qua e là incontro il suo sguardo sorridente. Non rappresenta nulla per me, se non un motivo ornamentale, ma sinceramente dico: è bella! Analizzo la fotografia e concludo che ha pregi artistici. Le mie considerazioni però non finiscono lì; guardo l’acqua limpida, scintillante e ricordo un’altra acqua così, quella della piscina di Modena, dove anch’io guazzavo coi piedi nella vasca, stando seduto sull’orlo; ero libero allora!

Ora non gioco più coi piedi nell’acqua, non posso, come non posso fare tante altre cose. Pensare a casa mia si però, nessuno me lo proibisce, e ci penso, e come!

Anche tu Dusty mi ci fai pensare quando ti guardo. Che relazione hai tu con la mia casa? Nessuna. Eppure nella mia mente, le marionette, quei piccoli fantasmi, si associano. Tu sei libera, e penso a quando anch’io ero libero, a quando ero a casa e come te bagnavo i piedi nell’acqua. Poi osservo che vicino a te hai un bel paio di sandali, e penso che forse a casa mia non hanno le scarpe da mettersi. Tu sei ricca, perché tutti gli americani sono ricchi, a casa mia invece sono poveri, tanto poveri. Mia mamma me l’ha detto, non trovano più nulla, dice che se posso quando tornerò, porti qualcosa; lo porterò ma saremo poveri lo stesso. Tu hai tutti Dusty, io nulla. Sai a che cosa pensavo stanotte? A quando tornerò. Quel ritorno non sarà scevro di sorprese dolorose e la mia mente ci si sta abituando fin d’ora.

– Scendevo da un treno in una stazione che non era una stazione, era una montagna di macerie con su un cartello e sul cartello era scritto: “Modena”. “Bisognerà ricostruirla” dissi, e mi incamminai coi miei bagagli, chino per il troppo peso, (portavo qualcosa dall’America e me la tenevo cara) sudavo e mi fermavo a tratti per riposare. Arrivai a casa, cioè, arrivai dove una volta era la mia casa, anche lì c’erano tante macerie, vidi anche la tettoia della cantina, tutta contorta. Mi sedetti sulla cassetta, mi presi il volto tra le mani, ma non piansi. La strada era deserta, le case intorno, diroccate, deserte.

“Bisogna ricostruire,” dissi, e incominciai. Accatastai i mattoni, quelli interi da una parte, i mezzi mattoni dall’altra; un po’ d’ordine ci voleva in quella confusione; pensavo che la casa l’avrei fatta più piccola e con lo stesso materiale. Mi accorsi però che lavoravo con gli indumenti che avevo in viaggio, “Economia!” dissi e me li tolsi. Indossai i calzoni blu col “P. W.” A torso nudo e scalzo, gli altri gli avrei conservati per la domenica.

Nell’orto intanto era sorto miracolosamente un baracchino, e la mia donna stava rigovernando, era felice perché ero tornato, si vedeva; eppure quel baracchino sembrava quello degli zingari.

Entrai, nulla mancava, una doccia rudimentale, un tavolino, due sgabelli, due brandine vicine. “Per fortuna che hai portato quella coperta, disse, dove avremmo potuto trovarne una?” Già, dove? Siamo poveri! Non abbiamo più nulla! Più nulla! –

Mamma! Dimmi mamma: c’è ancora la casa? Oppure è già distrutta, come stanotte l’ho sognata? Non dirmelo mamma, non importa, ti porterò io una coperta, ci copriremo. Io non spero nulla, sai, io non desidero nulla. Era così bella quella baracca da zingari, in fin dei conti cosa vuoi pretendere, aiuti? Elemosine? no! Meglio la baracca degli zingari.